Perché andare in Patagonia?

Perché andare in Patagonia? La Patagonia è la terra al confine del mondo, un luogo estremo, dimenticato dagli uomini, dove ci si arrampica per 10 ore su una montagna solo per scattare una fotografia.

La Patagonia non è un luogo per tutti, è una terra aspra, dura, a cui bisogna regalare tanta fatica per avere in cambio solo pochi attimi di bellezza.

Ma quella bellezza vale tutta la fatica del mondo.

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Il parco naturale Los Glaciares

Atterriamo all’aeroporto di El Calafate, a più di 200km dal Parco Nazionale del Los Glaciares in Argentina, ma comunque il più vicino. Appena scesi dall’aereo il vento della Patagonia ci accoglie con una vigorosa spazzata ai capelli, mentre osserviamo il lago gelato vicino alla pista.

Dopo circa 3 ore di bus in mezzo a un paesaggio monotono che ci culla con la sua terra gialla, arriviamo al piccolo paese di El Chalten, che sarà la nostra base per salire sul leggendario Fitz Roy, una delle montagne più belle e insidiose del mondo.

Avvicinandoci al Parco Los Glaciares il cielo blu lascia spazio a nuvole minacciose, presagio delle difficoltà che ci attenderanno nei giorni successivi. La Patagonia è una scommessa, non ti basta viaggiare 2 giorni per raggiungerla, devi anche sperare che ti accolga con il sole, altrimenti vedrai solo nuvole e piaggia.

E vento, un vento fortissimo che ci accompagnerà per tutto il nostro viaggio fotografico. Talmente forte, a circa 80-100 km/h, da scuotere il nostro piccolo bus.

Arriviamo finalmente al El Chalten. Qui le specialità gastronomiche si contano sulle dita e tutti i ristoranti sono pervasi da un aspro odore di brace. Scegliamo una tenera bistecca con la crosticina di sale e osserviamo il cielo nuvoloso, sperando di vedere il sole il giorno dopo.

La mattina successiva il nostro viaggio fotografico in Patagonia sembra destinato a restare poco fotografico. Pioggia, vento, pioggia e vento. Passiamo la mattina a mangiare dolci. Non possiamo aver fatto tutta questa strada per niente!

Dopo pranzo, come se il cielo avesse percepito la nostra frustrazione, le nuvole di aprono e il sole inizia splendere. Finalmente vediamo il Fitz Roy, maestoso, immenso e impervio, svettare sopra le nostre teste e invitarci a salire. Raccogliamo tutte le nostre cose e iniziamo la scalata verso il Campo Poincenot. Ascoltiamo il rumore della natura: picchi che scavano il legno, gocce d’acqua che cadono, foglie scosse dal vento.

Siamo soli nella natura, se chiudiamo gli occhi riusciamo a percepire come ogni angolo del nostro corpo sia connesso con la vita che ci circonda. Respiriamo aria pulita, pura, lasciamo entrare il profumo della Patagonia nei nostri polmoni. 

Verso il tramonto arriviamo alla Laguna Capri, uno specchio d’acqua dove la vetta del Fitz Roy si riflette sbiadita. I raggi rossi del cielo appiccano incendi luminosi sulle rocce, fanno brillare l’acqua e riscaldano le nostre mani.  Questi sono i momenti di bellezza che abbiamo tanto cercato. 10 km di salita, per 10 minuti di fotografie al tramonto.

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Il monte Fitz Roy

I giorni successi li passiamo accampati al Fitz Roy, di notte usciamo a fotografare la Via Lattea, più luminosa qui che in qualsiasi altro posto del mondo. Il nostro tour fotografico in Patagonia sembra essere stato fortunato.

Il giorno dopo ci svegliamo alle 5.30: non possiamo farci scappare l’alba. Il sole illumina lentamente la vetta del Fitz Roy. Cerchiamo la composizione giusta mentre i pappagalli ci annunciano il nuovo giorno. Il terzo giorno si alza un vento fortissimo, tocca i 120 km/h. Siamo costretti a scendere al volo abbandonando la nostra tenda. Scendiamo al El Chalten tristi, arrabbiati, sconfitti dalla montagna. Oggi la Patagonia non ci ha voluto con sé. Il giorno passa tra te caldo, biscotti e torte.

Attesa, attesa, attesa.

Alle 2 di notte il vento cala, ne approfittiamo per salire di nuovo sulla montagna, sperando di arrivare alla nostra tenda, se c’è ancora, prima dell’alba. Ormai si tratta di una sfida personale tra noi e la montagna.

Salire sul Fitz Roy al buio non è facile, bisogna attraversare torrenti, saltare da un ciottolo all’altro e non perdere il sentiero. Impresa da pazzi forse, ma fortunatamente va tutto bene.

Poco prima di all’alba arriviamo alla laguna, la nostra tenda c’è ancora. Sollievo.

Facciamo colazione con te caldo e biscotti e ricominciamo a salire dove il giorno prima ci eravamo interrotti. Non ce la facciamo più a salire, ma dobbiamo. Dopo qualche ora di cammino la vegetazione comincia a diradarsi, gli alberi lasciano posto prima alla roccia poi al ghiaccio. Approfittiamo di questa tregua del vento per ascoltare la natura: non ci sono ronzii, versi di animali, nessun segno di vita. Solo il rumore del ruscello che scorre, il rombo delle cascate in lontananza e poi, d’improvviso, un’iceberg si stacca, cade con un tempo che ci pare infinito, e fa esplodere la laguna. Non abbiamo neanche pensato a accendere le nostre macchine fotografiche, ci siamo semplicemente goduti lo spettacolo.

È il momento di scendere, tornare al El Chalten. Ringraziamo il Fitz Roy per averci dato la possibilità di vederlo, gli diciamo di avvisare il Cerro Torre che stiamo arrivando, gli chiediamo di mettere una buona parola per noi.

Trascorriamo un giorno di viaggio in auto. In Patagonia gli spazi sono enormi, più ci spostiamo, più ci sembra di essere ancora fermi. Le strade sono piatte, inesorabilmente diritte. Attraversiamo una prateria gialla, simile alla savana, dove corrono liberi i guanaco. Nessun paese, nessun essere umano, neanche un benzinaio, solo ogni tanto case diroccate ricoperte da murales.

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La Via Lattea e il monte Fitz Roy

Quando attraversiamo il confine del Cile, all’orizzonte intravediamo le vette del Parco Nazionale Torres del Paine. Qui il clima è più freddo, il vento più forte. Il Rio Serrano si apre davanti a noi e ci indirizza verso la maestosità del Paine Grande.

Le tre notti successive le passiamo accampati al Campo Base De Agostini. Il campo è ricoperto di neve spessa. Montiamo la tenda e continuiamo a salire verso una delle montagne più leggendarie della terra. Gli unici rumori che ci accompagnano sono quelli dei nostri passi pesanti e del torrente che scorre imperturbabile. Sono ormai 2 settimane che saliamo e scendiamo dalle montagne, siamo intirizziti dal vento, stanchi chi camminare come muli nel fango, ma dobbiamo ancora conquistare un ghiacciaio.

Dopo 3 ore tra frane, cascate, torrenti, usciamo dalla foresta e eccolo, le lingue dell’immenso ghiacciaio Torre si stendono davanti a noi. E dietro, come un santuario irraggiungibile, si staglia il Cerro Torre. Puliamo gli obiettivi, posizioniamo i cavalletti e click, scattiamo i nostri migliori ricordi.

Ma il cielo si sta annuvolando, questo era l’ultimo giorno del nostro viaggio fotografico in Patagonia, l’unica possibilità che avevamo per vedere il Cerro Torre. E l’abbiamo visto, per circa 20 minuti. Ora si sta alzando la bufera, corriamo al campo e scendiamo dal monte.

Torniamo in città amareggiati per il poco tempo avuto a disposizione, ma siamo stati fortunati, abbiamo scattato moltissime fotografie che ci addolciranno il tempo fino al prossimo Aprile, questo è un arrivederci…

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Torres del Paine al tramonto

Ora non ti resta che vivere questa avventura...